Pietro Carlo Mazzotta: tra impegno, sacrificio e i riflettori di Madonna
Da Lecce, la scalata di un talento globale
C'è una linea sottile e potentissima che collega i battiti di una terra assolata e generosa come il Salento ai palcoscenici più prestigiosi del mondo. È la storia di Pietro Mazzotta, un talento che ha fatto della danza non solo una professione, ma una ragione di vita e un ponte tra le culture.
Partito a diciannove anni con lo sguardo curioso di chi sa di dover esplorare l'infinito, Pietro ha attraversato l'Europa e l'Asia — dal Galles alla Svezia, dalla Corea del Sud ai grandi festival internazionali — lavorando al fianco di leggende e coreografi visionari, senza mai smarrire l'autenticità di quel ragazzo che ha mosso i primi passi nelle accademie pugliesi.
Questa intervista è un viaggio intimo e magnetico dentro la mente e il corpo di un artista poliedrico: un percorso che unisce il rigore della danza contemporanea e la vertigine dei set pop internazionali alla freschezza di un'ironia sottile e a un legame viscerale con le proprie radici. Leggere le sue parole significa scoprire che il successo non è una linea retta, ma il risultato di una presenza scenica totalizzante, di una vulnerabilità coraggiosa e di quel sorriso intatto che, da Lecce al resto del mondo, continua a fare la differenza
Sei partito a soli 19 anni, passando dalla formazione classica e la salsa del 2015 ai primi passi nella Damus Accademia e Balletto di Puglia. Oggi, dopo aver ottenuto un Master in Performance alla VERVE e aver lavorato con coreografi del calibro di Akram Khan e Marcos Moaru, cosa resta, nel tuo modo di stare in scena, di quel ragazzo che studiava Character dance a Lecce?
Sicuramente rimane il sorriso ogni volta che entro in sala prove.
Resta la voglia di imparare e di mettermi sempre in gioco. La danza per me è sempre stata una forza vitale, qualcosa che continua a darmi energia e direzione. Rispetto a quando studiavo Character dance a Lecce, è cambiata soprattutto la consapevolezza: oggi so meglio dove sto andando e come ci sono arrivato.
Ma una cosa è rimasta intatta: la capacità di entrare in uno stato di presenza totale, in cui tutto il resto scompare.
Definisci in poche righe la tua famiglia, perché in fondo se ognuno di noi può realizzare i propri sogni …
Sono cresciuto in una famiglia del Sud molto unita, allargata, fatta di nonni, zii e cugini sempre presenti. Un contesto in cui l’amore e il supporto non sono mai mancati. Per me famiglia è anche questo: le persone che ti stanno accanto nei momenti decisivi, anche quando non capiscono fino in fondo le tue scelte.
Ricordo ancora la mia prima partenza all’estero, a 18 anni. Ero all’aeroporto di Brindisi e stavo iniziando a vacillare. Mia madre mi sorrise e mi disse: “Vai, se non ti piace prendi il primo aereo e torni.” Quella fiducia ha definito molto del mio percorso.
Il Sud è spesso sinonimo di tradizione, ma tu hai dimostrato una versatilità rara. In che modo il calore e la fisicità delle tue radici filtrano attraverso le strutture rigorose della danza contemporanea europea e asiatica?
Dal mio Sud porto con me soprattutto quel senso di comunità. Sono cresciuto in mezzo a una famiglia numerosa, tra cugini, amici, feste e incontri continui. Questo mi ha insegnato il valore dello stare insieme e dell’ascolto reciproco.
C’è anche una memoria fisica: da bambino ballavo la pizzica per strada, nelle feste di paese e in casa. Quel ritmo, quella energia collettiva e popolare, è qualcosa che è rimasto nel mio corpo e continua a riemergere nel mio lavoro.
Hai vissuto un percorso migratorio artistico intenso, dal Galles alla Svezia, fino alla Corea del Sud. C'è stato un momento preciso, magari durante una sessione di ricerca coreografica come quelle per Sulla Tenerezza o Indigo Flamingo, in cui hai sentito che il tuo background italiano ti ha permesso di risolvere un movimento in modo unico, quasi 'impossibile' per i tuoi colleghi?
Non parlerei mai di qualcosa di “impossibile” rispetto ai miei colleghi. Piuttosto, ci sono stati momenti in cui il mio approccio è stato accolto in modo diverso o ha aperto altre possibilità nel processo creativo.
Il mio background italiano mi ha sicuramente dato una sensibilità particolare per il gesto, per la teatralità e per una certa qualità espressiva del movimento. In alcuni casi questo ha influenzato le mie proposte in studio, ma sempre all’interno di un dialogo con il linguaggio del coreografo e del gruppo
Il tuo curriculum non è solo danza, ma anche ricerca e didattica: dai laboratori per la National Dance Company Wales fino alle classi pro al The Middle Floor. Come cambia il tuo approccio mentale quando devi 'costruire' un pezzo originale, come RE(MORSE) o TAR, rispetto a quando ti immergi nel mondo di un altro coreografo?
Cambia completamente l’atteggiamento mentale. Come danzatore cerco di entrare nel mondo del coreografo e di servire la sua visione nel modo più preciso possibile. Come coreografo, invece, il punto di partenza è sempre una domanda personale: cosa mi interessa davvero in questo momento?
Da lì costruisco un universo in cui chi danza con me possa trovare una propria interpretazione, ma all’interno di una struttura chiara. Mi interessa creare contesti che generino sensazioni più che forme chiuse.
Cambia anche il livello di esposizione. Quando creo, la vulnerabilità è diretta, personale: mi metto completamente a nudo. Quando interpreto, invece, quella stessa vulnerabilità la metto al servizio di qualcun altro. È una forma diversa di esposizione, in un certo senso più protetta, ma non meno intensa.
Hai calcato palchi prestigiosi, ma il video di Bring Your Love di Madonna con Sabrina Carpenter è un tassello unico. Lavorare in un contesto di produzione pop così frenetico e visivamente curato, ti ha cambiato la prospettiva su come un danzatore possa gestire il proprio 'personaggio' di fronte alla telecamera?
Lavorare in contesti pop come un set video cambia molto la percezione del tempo e della responsabilità del gesto. Bisogna essere veloci, reattivi, pronti ad adattarsi immediatamente.
Non c’è sempre spazio per la riflessione: spesso devi semplicemente agire con naturalezza e precisione. Questo approccio, oggi, lo porto anche nella danza contemporanea, soprattutto in termini di presenza davanti allo sguardo esterno.
Hai esplorato mondi lontanissimi: dalla danza classica indiana con Devika Rao al lavoro con Wayne McGregor. Qual è l'elemento tecnico o emotivo che consideri la tua 'firma', quella cosa che, indipendentemente dallo stile, rendi sempre e solo ‘tua’?
Uno degli elementi che considero più miei è la presenza: la capacità di essere completamente dentro ciò che sto facendo, indipendentemente dallo stile.
Dal punto di vista fisico, riconosco una tendenza sempre più chiara nell’uso delle braccia, in modo articolato e preciso. A volte mi è stato chiesto se avessi esperienza nel waacking. In realtà non l’ho mai studiato in modo diretto, ma è un linguaggio che mi ha sempre attratto e che, in qualche modo, ha lasciato delle tracce nel mio modo di muovermi.
È qualcosa che nel tempo è diventato quasi una firma, anche se non è mai una scelta consapevole a priori.
Il tuo percorso è fatto di continui spostamenti tra Inghilterra, Italia, Svezia e oltre. Oltre allo stretching e alle scarpette, qual è il 'vizio' o il comfort food leccese che ti porti sempre dietro per sentirti un po' più a casa, ovunque tu sia?
Caffè, taralli e olio d’oliva sono sempre con me. Sono piccole cose che mi riportano immediatamente a casa, ovunque io sia nel mondo.
Tra le mille ore passate tra prove di The Garden e Catachory, qual è l'oggetto più strano che hai trovato in fondo alla tua borsa da danza dopo un tour particolarmente lungo?
Dopo il tour di Waltz di Marcos Morau con la NDCWales, mi sono ritrovato per mesi a trovare paillettes nere ovunque: nella borsa, nei vestiti, nei capelli, persino dopo la doccia. È diventato quasi un residuo fisico del lavoro, che continuava a seguirci anche fuori dalla scena
Chiudiamo così: hai danzato con colossi mondiali, ma se potessi sfidare in una 'dance battle' amichevole un personaggio storico o un idolo della tua infanzia, chi sceglieresti e su che musica ti piacerebbe vedere questa sfida?
Mi piacerebbe immaginare una sfida amichevole con Raffaella Carrà. La sua energia e la sua presenza scenica hanno accompagnato molte delle feste della mia infanzia, ed è un’immagine che mi è rimasta addosso nel tempo.
Sarebbe magico poterla vedere performare dal vivo, condividere quello spazio con lei, anche solo per il tempo di una canzone. Per la musica sceglierei qualcosa di contemporaneo e potente, magari un brano del nuovo album Confession II di Madonna, per creare un ponte tra epoche diverse dell’intrattenimento e della performance.
Come si vede Pietro “domani”?
Nel breve periodo mi vedo ancora in scena, a viaggiare e danzare. In questo momento, però, sto vivendo un'esperienza a cui tengo particolarmente: per la prima volta sto lavorando professionalmente in Italia, alla Biennale Danza di Venezia. Dopo tanti anni trascorsi tra Galles, Svezia, Corea del Sud e altri contesti internazionali, poter tornare nel mio Paese per un progetto di questo livello, lavorando con Wayne McGregor e interpretando coreografie di Wayne McGregor, Maxine Doyle, Melissa Fenley e Amine Mazhoud, è un privilegio e una grande emozione.
Più avanti, sento il desiderio di costruire un percorso come direttore artistico e, un giorno, di fondare una compagnia di danza contemporanea a Lecce. Portare qualcosa nella mia città sarebbe una forma di restituzione, ma anche un nuovo inizio.
Seguiamo il nostro talento: https://www.instagram.com/pietro_mazzotta/




